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Nina, tra design e poesia – Intervista a Eloise Morandi

Una delicata pupetta vestita di rosso, che vive in un mondo incantato e sospeso, capace di unire il design alla poesia, il sogno all’humor: vi presentiamo Nina, la protagonista del progetto che porta il suo nome: “Nina and other little things®”.
Dal 2005, anno della sua nascita, questa piccola creatura non ha mai smesso di raccontarsi con la sua personalissima semplicità e grazia. Dai primi prototipi autoprodotti alle sue più recenti collezioni di cartoleria distribuite da Clairefontaine e la pubblicazione di due libri per Hachette, ha continuato a crescere, cambiare anche, a muovere i sentimenti di chi l’ha incontrata.

Da La Feltrinelli in Italia, al Centre Pompidou o Colette a Parigi ed alla catena FNAC in Francia , “Nina” è presente anche in Belgio, in Russia, e prossimamente nel sud est Asiatico.

Eloise è una graphic, brand e interior designer dalle mille esperienze

 

Per capire la sua storia e parlare del suo futuro, abbiamo incontrato Eloise Morandi, designer e autrice di queste fiabe moderne, che ha aperto a iPirati.net le porte della sua casa studio di Milano, ricavata da un vecchio fienile e immersa nel verde, per concederci un’intensa intervista in cui ha raccontato se stessa, il suo personaggio, la sua vita nel mondo del design.

Eloise, londinese di nascita e milanese d’adozione, è una graphic, brand e interior designer dalle mille esperienze; preziosa la sua collaborazione per lo studio Paolo Bazzani per clienti quali Antonio Marras, Kenzo, Chantecler gioielli; lavora attualmente, fra i numerosi progetti, come art director per MogiCaffè.

 

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Eloise Morandi, designer di “Nina and other little things®”

 

[In seguito riportiamo un ampio estratto dell’intervista, accompagnato dalle bellissime fotogra e del carissimo collega fotografo e amico Federico Regalia: da parte mia e de iPirati, un grandissimo ringraziamento.]

 

Visual designer, ma soprattutto una “poetessa della grafica”: questa è l’idea che ci siamo fatti di te: tu come ti introdurresti ai nostri lettori?

Sì… più volte sono stata definita come “quella che fa Poetic Design” e “Nina” in fondo è un’illustrazione che comunica me stessa; è un’autobiogra a: “Nina” rappresenta la mia giornata ed i miei stati d’animo; riflette una parte di me, la poesia e l’ironia, l’essenzialità ed il vuoto come riflessione.

Ho frequentato la Scuola Politecnica del Design negli anni 2000, ai tempi scuola poco pubblicizzata ma molto seria e rigorosa, dove hanno insegnato Gio Ponti, Max Huber, Bruno Munari, Pino Tovaglia, ed altri maestri prestigiosi. Abbiamo approfondito la parte teorica del design, materie quali la scienza della visione, la psicologia della gestalt, neurofisiologia: skills che non vengono restituiti direttamente nei prodotti della mia comunicazione ma quando c’è una pagina bianca e metti un puntino rosso lì, c’è un ragionamento che dura 15 anni.

“Più le cose sono poche e minimal e più un pallino o qui o là ha un’importanza strepitosa.”

 

“Nina” è la sintesi del design che amo: pochi elementi ma incisivi; è leggerissima, è “piatta”, ma per chi la vede diventa automaticamente un interlocutore: ha una forte personalità e, nonostante sia priva di bocca e braccia, le cose le fa perché il gap lo completa chi la guarda: come nella gestalt, per economia percettiva.

Più le cose sono poche e minimal e più un pallino o qui o là ha un’importanza strepitosa.
Quando nasce questa tua vita nel mondo del Visual Design e quali sono stati i tuoi primi passi?
Ho iniziato tardissimo, perché prima abitavo a Sanremo e lavoravo nel marketing; a 28 anni mi sono licenziata un lunedì, e martedì mi sono ritrovata a Milano, a scuola a fare le scale di grigio con la tempera.

Per me Milano è stato un “re-birthing”, a “Lei” sono molto riconoscente, riscatta la meritocrazia e ne percepisci vivamente le qualità intellettuali, culturali e artistiche….e poi la città è di una bellezza che ancora mi commuove dopo 16 anni.

La prime esperienze sono presso una piccolissima casa editrice, uno studio fotografico e quindi per l’agenzia della 20th Century Fox. Un periodo frustrante per me: la creatività non aveva alcun peso, era più importante visualizzare nel layout il prezzo più grosso del prodotto, piuttosto che il ragionamento, la ricerca e cura dell’immagine, anche ossessiva, all’interno di un visual.

 

Eloise, durante l’intervista

 

“Nina” mi ha salvata, disegnata la prima volta durante lo scoppiettante Salone del Mobile del 2005, per strada. Ricordo la sera che mi sono seduta sul marciapiede di Via Ventura con un’amica e appena l’ho disegnata su un pezzo di carta, ho mollato tutti, sono tornata a casa ed ho iniziato a lavorarci; galeotta fu una bronchite che per oltre un mese mi costrinse a casa ad occuparmi solo lei: ho prodotto una decina di giga di materiale e da allora non ho più smesso.

Con dei cut-out di carta ed oggetti ho creato dei mini set fotografici, ho iniziato a fare degli esercizi visuali; per poi togliere tutto ciò che era collage fotografico sintetizzando il suo mondo in vettoriale: è la stessa tecnica la uso per Mogi, una ditta di caffè di lusso che sta esporta all’estero, dove il packaging e la comunicazione sono molto apprezzati, un valore intrinseco al prodotto, di altissima qualità.

 

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Il monocromo rosso caratterizza il mondo e gli oggetti di “Nina and other little things®”

 

Amo il mondo monocromo, è più difficile e ti lascia meno spazio, devi lavorare molto sui singoli segni ed elementi, pattern etc e la trovo una tecnica molto af ne al mio modo di intendere il Brand Identity. Mogi Caffè è total blu, Nina è rossa. L’importanza dell’illustrazione e la gestione dello spazio bianco è più stimolante e coinvolge strategia visiva e istinto estetico.

Ho lavorato con Paolo Bazzani, maestro unico e preparatissimo in cartotecnica oltre ad avere una stimolante sensibilità culturale. Lui lavora per Antonio Marras, stilista visionario ed intellettuale; mi occupavo degli inviti e delle scenografie delle sfilate: così sono diventata anche un pò scenografa. Pian pianino mi si sono appiccicate addosso tutte le esperienze.

 

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Il monocromo, con il colore blu, è presente anche nella comunicazione e nei packaging di MogiCaffè, progettati da Eloise (nella foto: un pack di Mogi, che si trasforma in borsetta con apposita tracolla).

 

“Nina” è stato un personaggio in progress per diverso tempo: quali sono state le sue ispirazioni e a cosa ti sei ispirata mano a mano che si è evoluta?

Uno non si ispira a niente: sei vicino a un certo mondo e poi, una volta fatto, dici “assomiglia a”… Ammetto un amore spassionato per Saul Steinberg o “Linea”: Osvaldo Cavandoli ha creato una modalità e una grafica uniche, irripetibili.

Ho sempre letto Snoopy in tempi non sospetti e quello che mi piaceva di Linea o di Snoopy è il fatto che, per esempio, se Schultz cambia di un solo micron un sopracciglio, Charlie Brown cambia espressione: dietro c’è una capacità e una sensibilità incredibile sul segno; è il peso che ha il segno su una cosa.
Poi tutte le cose che disegno ecco, sono minute: oggetti, “scenette” o elementi naturali sono tutti visti con “un filtro ironico-malinconico-emozionale”.

 

NINA E LINEA

Nina in compagnia di “Linea” di Osvaldo Cavandoli, in un’immagine tributo di Eloise.

 

Nina ha raggiunto la sua piena maturità è destinata a cambiare?

Quando l’ho disegnata la prima volta, per me era finita; dopo sei mesi l’ho cambiata.
“Nina” 10 anni fa aveva una testa grossa, le gambe corte e la gonna lunga: era un bebé; non l’ho fatto apposta: evolvendosi, mi sono resa conto che è in progress e il fatto che adesso abbia due gambette lunghe, un’esile figura ed indossi accessori fa capire che prima volevo spazio, mentre ora comincio ad arricchirla; mi sto divertendo…ed anche lei pare…

Nina “parla” a chi la vita “l’ha già mangiata” ed è consapevole che non è poi così “easy”: le persone si riconoscono in “Nina” perchè regala un momento naif e di poesia… insomma non è per piccoli.

 

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Nina parla a un pubblico che ha già esperito la vita e che ne sa apprezzare le piccole cose.

 

Mi dicono “hai ricevuto due campioni del libro, chissà come sei felice”: io ero più felice quando mi hanno detto “facciamo questo progetto”: una volta fatto, per me è finito.
Trovo molto più interessante il progetto, piuttosto che l’oggetto che ne nasce; poi non sono mai neanche soddisfatta al 100% e quindi aspetto che mi venga proposto qualcosa di nuovo da fare.

Mi emozionano il progetto e la ricerca.

 

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Il foglio con il primo schizzo originale di Nina, datato 2005

 

In Nina secondo te quanto c’è di Made in Italy?

Credo che del made in Italy ci sia la sensibilità, la maestria, la realizzazione dei prototipi e la ricerca della materia prima: sulla produzione italiana solo carta Fedrigoni, solo serigrafia, prove di stampa ossessive; del made in Italy c’è la ricerca di una soluzione creativa ad un problema, eludendo “il protocollo”, cosa che altre nazioni non hanno nel loro modus operandi.

“Made in Italy è rispetto del valore di quello che fai”

 

È dare valore a quello che stai facendo: finchè una cosa non piace a me e non è perfetta non la mostro al cliente, anche se c’è una scadenza impellente, cerco di rispettarla ma prima il risultato e deve convincere me per prima.

Se sul mio impaginato Indesign ho progettato 10 proposte valide, le passo al setaccio, le guardo e le riguardo ed alla ne ne mostro solo 2, quelle giuste, corrette ed efficaci per il mio cliente.

È rispetto del valore di quello che fai, che sia un sugo, un libro, una sedia o una stoffa.

Tutti dicono che Nina “è francesina, è inglesina”: è milanesina, ma non è italiana: è molto internazionale; anche il nome “Nina”, nome corto, doppio, battere e levare, mi piace: è grazioso e neutro.

È stato tutto molto istintivo, senza studiare niente a tavolino, cosa che ho pagato molto dopo: se non fai nulla a tavolino e c’è interesse, poi ti torna indietro come un boomerang; ci vuole strategia, bisogna essere tedeschi: ha lo stesso valore che essere creativi, cosa che io ho dovuto imparare nel tempo.

 

NINA E ZANOTTA

Nina seduta sopra “Mezzadro” dei fratelli Castiglioni.

 

Con il know-how che hai adesso, avresti voluto anticipare qualcosa?

No, va bene così: sembra che funzioni.

Ho creato una lista di aree sensibili per la produzione da parte dei licenziatari: sono vegetariana (quasi vegana) e mi muovo come posso per il rispetto del mondo animale e naturale.

Il mio brand non promuoverà e non sarà mai utilizzata su materiali di orgine animale: lana (non certificata cruelty free), pelle, cashmere. La mia agenzia di licenza, DIC2srl, su mia indicazione ha detto no a due potenziali contratti, una società inglese ed una giapponese che producevano pelletteria. Sono era delle mie scelte ed ho il supporto costante della mia agenzia.

 

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La scrivania di Eloise, dove i suoi progetti prendono vita

 

Oltre a questi forti valori, c’è un messaggio che è nato con la poetica di Nina, qualcosa che tu vuoi comunicare a chi rende un tuo oggetto parte della sua vita?

Sono oggetti emozionali, si può vivere senza il porta matite o un notebook, ma sono quegli oggetti di cui gli animi sensibili amano circondarsi, dei “ninnoli” che rubano un “ohhh”, un sorriso, una riflessione.

Mi è successo a Milano in un negozio un po’ di anni fa, il primo in cui ho portato dei prototipi, da cui è nato tutto, sui Navigli: una signora di 70 anni ha visto un quadernino di stoffa di Nina che disegnava una poesia.. e mi disse con le lacrime agli occhi “Questo lo compro, per mia nipote autistica: è per lei”.
Sono cose di cui ti innamori, che portano dei messaggi, e che vuoi avere accanto.

 

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Un astuccio “Nina and other little things®”

 

Come è nata la sua avventura? Mettersi in proprio e creare qualcosa di questa portata è qualcosa che spaventa i più della nostra generazione, che hanno poche certezze.

“Finché non dici ‘no’ non vai avanti, non sogni veramente”

 

Nina è nata nel 2005, ma intanto lavoravo per studi grafici: tornavo alle 19:00, dormivo due ore, mi svegliavo, lavoravo fino alle 4:00 su “Nina”, senza commissione da parte di nessuno, creavo pezzi e poi mi svegliavo alle sette e andavo a lavorare; e così no a due anni fa; poi il licensing mi ha sollevato da questa follia. Mi sono licenziata da un lavoro incredibile: fashion, a Milano, creativo… Dove si creano un sacco di contatti; ma o lavoravo per altri, o facevo “il mio”: mi son detta “facciamo questo salto nel vuoto” (anche grazie a Paolo Bazzani, mio partner nel progetto).

Finché non dici “no” non vai avanti, non sogni veramente.
Quando ti ritrovi senza sicurezza, l’unica sicurezza è quella di fare. Avevo chiaramente dei riscontri positivi.

Anche adesso non vivo solo di lei: ho il cliente del caffè […] e mai farò solo Nina: per me è importante diversificare. Il progetto über alles.

 

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Eloise ci mostra i numerosi progetti sviluppati durante il suo periodo di lavoro milanese, per celebri marchi come Nivea, Antonio Marras e Kenzo.

 

Quali sono i primi passi da fare?

“Chi incomincia non deve avere paura di niente”

 

Essere appassionati e determinati in quello che stai facendo, senza pensare ai passi che devi fare; poi fare, essere coerente, avere molta immaginazione, ascoltare i consigli, fare.

Chi incomincia innanzitutto non deve avere paura di niente: se riesce a metterci della strategia ben venga, ma forse la strategia rovina e appiattisce, perché è sempre quella e, se la applichi, la genesi autentica ne perde.

La bellezza di Nina è nata senza regole: c’era e basta.

 

Durante le ricerche, è stato molto importante l’incontro con Paolo Bazzani. Cosa ha cambiato?

Sono arrivata nello studio di Paolo per passaparola nel 2008, gli ho portato un portfolio…quasi interamente inventato. Quello “vero” era ok, ricco di nomi e progetti prestigiosi ma non corrispondeva al mio essere. Paolo mi ha insegnato ad usare la carta, carta come architettura, carta come contenitore di sogni […] Mi ha insegnato che niente è impossibile, ma sono necessari skills tecnici, pazienza e tanta passione.

 

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Con le sue skill di cartotecnica, raggiunte durante le sue collaborazioni, Eloise è riuscita a dare ulteriore espressività alle sue opere (nella foto: un libro pop-up che si trasforma in lampada)

 

Da una parte “Nina”, dall’altra i tuoi progetti: come rientrano questi due mondi all’interno della tua giornata? Qual è il tuo giorno-tipo attuale?

Ho impressione di lavorare molto meno (8 ore al giorno) rispetto a prima. Avevo creato una collezione auto-prodotta in vendita in oltre 50 negozi in tutta Italia; mi occupavo in prima persona dell’ideazione, prototipazione, produzione, preventivi, tutti gli aspetti commerciali ed amministrativi… per non parlare dei social…

Nina da oltre un anno è in licenza, pertanto l’aspetto distributivo e commerciale è a carico del licenziatario ed io sono tornata a fare il mio lavoro: immaginazione, ricerca ed art direction.

Sto raccogliendo quello che ho seminato – e ho seminato davvero tanto negli ultimi anni di lavoro ed energie ininterrotte (forse un paio di giorni all’anno non mi sono seduta al computer a disegnare).

Come detto oltre al mio brand sono la direttrice creativa per MogiCaffè, di cui curo la comunicazione visiva, mi occupo del packaging prodotti e della parte on-line. Monica Forcella è una giovane imprenditrice illuminata, visionaria ma molto determinata che ha creato una squadra “eclettica” ed efficace, con lei sono molto connessa ed è davvero stimolante trasformare, visualizzare le sue idee ed obbiettivi.

“Alcuni giorni lavoro 15-16 ore, in altri mi ritaglio la libertà di farmi un giro in bici nella mia Milano”

 

Mi permetto anche il lusso di lavorare per amici musicisti, di cui curo l’aspetto della comunicazione e visuals. Si chiamano Neripè e Guappecartò… e seguirli nelle tournè, ascoltare la loro musica rende ancora più speciale il mio lavoro.

Se ci sono delle urgenze per dei clienti con una deadline, mi posso svegliare anche alle 5 del mattino; poi, lavorando a casa, è un’anarchia totale…molto organizzata.

Alcuni giorni lavoro 15-16 ore, in altri mi ritaglio la libertà di farmi un giro in bici nella mia Milano, vedere mostre…un giro in Feltrinelli a mettere apposto i prodotti negli espositori dedicati a Nina che sono sempre in disordine (metto apposto anche quelli delle altre licenze, figurati), vado a trovare degli amici freelance che come me non hanno vincoli di orario.

 

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Un packaging ideato da Eloise per MogiCaffè, progettato per stupire.

 

Sei giunta in questa casa studio: quanto questo ambiente influisce sul tuo lavoro?

Totale: per me la casa è importantissima: no a quattro anni fa ero in un appartamento bello degli anni ’20, con altri coinquilini (facevo la vita da studentella, nonostante avessi 37 anni), però venendo qui da sola ha coinciso con un nuovo tipo di lavoro, più centrato e introspettivo.

Ho preso due gatte, ho riempito la casa di piante, ogni tanto mi incanto a guardarmi intorno, osservo i miei libri per maggioranza di illustrazione presi in giro per il mondo, sono immersa nella luce e nel silenzio, sto benissimo.

“Questo spazio è una continua ispirazione”

 

Ancora oggi quando entro nella corte penso “che bello questo posto”…”ah ci abito!”

C’è luce, è silenziosissimo, c’è aria, non potrei stare con i soffitti bassi; le foto vengono molto bene qua; alzi gli occhi e vedi gli alberi dai lucernari, vedo le stagioni che cambiano. Organizzo molto spesso pranzi e cene: lavoro tanto, ma ho la casa sempre aperta.

Questo spazio è una continua ispirazione: la Nina è sospesa, o è sul sofà, o vola con gli ombrelli, o fa la trapezista; lavorando qui, quello che vedo è aria e spazio.

È strano che non abbia ancora fatto niente con i gatti, ma lo farò; molti invece mi chiedono: “quando farai un Nino?”

 

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Tutto, nella casa-studio di Eloise, parla di design e ispira le avventure della piccola Nina.

 

La scelta di non far apparire personaggi esterni come un Nino è dovuto al fatto che questo mondo raffigurato è puramente introspettivo?

Sì, esatto! Se vado a introdurre un elemento logico, tipo l’amichetto, diventerebbe troppo gurativo: Nina non è da sola, ci sono gli occhi di chi la guarda e chi la guarda è con lei lì dentro.

Nina dialoga con un filo, ma non con un terzo, sarebbe un triangolo: c’è solamente chi tiene in mano l’illustrazione o guarda lo schermo.

Sono single, poi magari quando scoppia l’amore, altro che “Nino”: faccio Tizio, Caio e Sempronio ah ah!

Mi piace molto perché mi rispecchia: amo molto la solitudine, sono figlia unica e amo pensare che sia da sola, ma in realtà non è così.

 

NINA SOFA Zzz

Nina apprezza anche i momenti di solitudine, come Eloise.

 

Un aneddoto particolare che vuoi raccontarci?

Le reazioni delle persone, quando facevo esposizioni, anche all’estero; mi commuovevano le persone agée che si avvicinavano a Nina.

Anni fa partecipai ad un evento in Cascina Cuccagna, un signore distinto, ottantenne – sembrava Gropius – è venuto con la moglie al mio stand e insieme hanno comprato tre quadretti; io gli ho detto: “complimenti, a chi li regalate?” E lui, con spocchia: “macché regalarli, sono per il mio studio!”.

Nina è trasversale, è molto importante e piuttosto naturale che tocchi le corde di tutti.

“Nina mi ha tolto probabilmente la vita personale, ma evidentemente la mia personalità era più importante”

 

Qual è la cosa che hai dovuto lasciare indietro? E qual è la cosa che Nina ti ha dato di più grande?

Mi ha tolto probabilmente la vita personale, ma evidentemente la mia personalità era più importante: Nina mi ha dato modo di esprimere me stessa, ma Eloise è quella che fa le cose e ti fa emozionare.

Mi ha tolto vita personale, forse, ma adesso sto recuperando parecchio […] lo rifarei, è stato molto naturale.

I miei parenti li vedo poco: mio padre a Sanremo, mia madre – che è in Inghilterra – la vedo una volta l’anno, ma io sto così bene a lavorare e a creare progetti che per me non è un peso e ci “vediamo” comunque via skipe, loro fanno il tifo per me.

Certo, mi piacerebbe avere un bambino, fare una famiglia, moltissimo; credo che sia arrivato anche il momento: è una cosa che mi piacerebbe molto, adesso.

 

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Gli oggetti della vita quotidiana di Eloise ci parlano della sua vita privata, oltre la professione del designer.

 

Quindi il tuo lavoro e Nina ti hanno dato il dono dell’espressione?

Creare un personaggio è come bloccare te stessa, disegnarti e firmarti con un segno: è il tuo modo di vedere le cose e di viverle in prima persona.

Fare il modo che il tuo lavoro sia anche un piacere, è il massimo. Sono anche molto fortunata, perché trovare degli imprenditori illuminati che investano così nella comunicazione, è davvero raro.

 

(Eloise approfondisce il tema del valore basso dato al lavoro dei grafici)

Lasciamo perdere: si apre l’infinita querelle del valore che in Italia viene dato alla comunicazione ed al graphic designer: alla nostra colpa di aver detto troppe volte “sì, sì, sì”, “sì “dimezzo la mia parcella, va bene questo prezzo”  si aggiunge la colpa del committente che riduce il budget a sfavore della comunicazione perchè percepita “non tangibile”. Il grafico è un mestiere molto serio.

“Non dico più sì a progetti che non vengono pagati il giusto”

 

Io ora dico “no”: piuttosto mangio riso in bianco (è successo davvero che fossi sul lastrico), vado a lavorare in pizzeria, ma non dico più sì a progetti che non vengono pagati il giusto.

Uno ha studiato e ha l’esperienza e ti dicono “un logo lo fai in un pomeriggio”: ma probabilmente è da 15 anni che questo logo ce l’ho in testa […] Viene dato più valore a un muratore perchè il muro lo costruisce con il tempo e il sudore, beh anche a noi grafici sudano il cercello, gli occhi e la riflessione.

Ci vuole coerenza; poi se sei bravo ti avvicinano persone che ti apprezzano, è un processo lungo come per tutti i lavori di valore intellettuale credo.

 

 

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Eloise, durante l’intervista.

 

Un suggerimento che vuoi dare ai nostri lettori e alle persone che si stanno avvicinando al mondo del design, cambiando magari la propria vita come hai fatto tu?

Studiate! Osservate tutto! Studio e ricerca sono indispensabili di pari passo con l’ “Idea” e la tecnica: il design sta diventando qualcosa di molto “turistico”, come il food o l’interior.

È diventato un business sconclusionato per allodole…tant’è che quasi mi infastidisce la parola stessa, esiste un sinonimo?…

“Bisogna avere la certezza che ce la fai: il tuo successo lo visualizzi”

 

E per i giovani?

Anche per i giovani, studiare tantissimo e crederci: fare, fare, essere coerenti e non scendere a compromessi che possono violentare la propria idea.

Bisogna “vederlo già lì”, una cosa fondamentale; nel 2005 avevo “visto” Nina a Parigi: non so come l’avevo vista, ma l’avevo vista. Avere la certezza che ce la fai: il tuo successo lo visualizzi.

Ho sempre detto sì a qualsiasi richiesta che mi piacesse, non mi sono mai risparmiata: poi raccogli, è tutto un dare.

 

Chiudiamo parlando del futuro: cosa farà Nina?

“Nina and other little things®” invaderà il mondo, ah ah! Un’invasione pacifica e poetica di grazia invaderà il mondo.

Vorrei continuare con la cartoleria, con gli oggetti; amerei tanto le animazioni, perché è il modo migliore di esprimere il mood di Nina: mi piacerebbe fare degli stop motions, con la musica, con i musicisti.
Sarebbe un progetto molto bello: animazione, ipbook, vederla muoversi…

 

2 LIBRI HACHETTE


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Interviste
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Daniel Salvi, in arte ioDaniel, è studente di Design della Comunicazione presso la Scuola di Design del Politecnico di Milano. Grafico freelance, è un grande appassionato di Brand Design. L'obiettivo dei suoi elaborati è una sintesi grafica d'impatto e memorabile. È conosciuto anche per aver curato le grafiche di alcuni dei maggiori youtubers italiani.

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